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23 Settembre 2019

Il boom in cucina

La letteratura ai tempi del supermarket
Chiocchetti Elisa

La fame affrontata durante la seconda guerra mondiale è stata l’ultima crisi alimentare vissuta in Italia. Da quel momento, infatti, la dieta di tutti gli italiani, senza esclusione di classe, ha visto un ininterrotto miglioramento sia quantitativo che qualitativo, che continua ancora oggi: per la prima volta nella storia alimentare, i consumi delle diverse classi sociali sono livellati e il benessere è alla portata di tutti. È stata una vera e propria rivoluzione dei consumi, incominciata negli anni ’50 e che ha raggiunto il massimo picco nel corso degli anni ’80, con l’affermazione definitiva in Italia dell’industria alimentare a modello statunitense. Tale rivoluzione, oltre ad aver permesso a chiunque di accedere a una quantità quasi illimitata di cibo, ha provocato anche una trasformazione delle abitudini alimentari italiane, con una drastica rottura dalla tradizione culinaria regionale. La cucina italiana, idealmente rappresentata dall’immagine della donna con le mani in pasta, infatti, era destinata a scomparire, sostituita dai nuovi cibi confezionati o surgelati di origine industriale. L’industria alimentare, dunque, ha contribuito a svincolare, nell’immaginario collettivo, il cibo come frutto della natura, ormai sostituito con pasti confezionati in fabbrica, e ha sradicato l’essere umano da uno stretto rapporto con la terra, al punto che l’agricoltura, da mezzo di sostentamento, è diventata rifornitrice dell’industria alimentare. L’uomo da produttore è così diventato un consumatore, chiuso nelle città e costretto a cacciare il cibo tra i prodotti offerti sugli scaffali di un supermercato. Italo Calvino in Marcovaldo (1963) descrive questi processi di cambiamento attraverso lo sguardo del suo manovale, senza nascondere un giudizio negativo di fronte al dissolversi del mondo naturale. Marcovaldo, infatti, è un assiduo nostalgico della natura e la sua persona stride con lo smog e il grigiore di una città industriale quale Torino. Significativa è la riflessione di come il cibo stesso, ormai inquinato, sia diventato un nemico per l’essere umano:

 

Era un tempo in cui i più semplici cibi racchiudevano minacce insidie e frodi. Non c’era giorno in cui qualche giornale non parlasse di scoperte spaventose nella spesa del mercato: il formaggio era fatto di materia plastica, il burro con le candele steariche, nella frutta e verdura l’arsenico degli insetticidi era concentrato in percentuali più forti che non le vitamine […] A casa, quando sua moglie Domitilla tornava dalla spesa, la vista della sporta che una volta gli dava tanta gioia, con i sedani, le melanzane, la carta ruvida e porosa dei pacchetti del droghiere e del salumaio, ora gli ispirava timore come per l’infiltrarsi di presenze nemiche tra le mura di casa.

 

Lo scopo di Marcovaldo, infatti, è quello di procacciare alimenti che siano ancora un poco genuini: «tutti i miei sforzi devono essere diretti a provvedere la famiglia di cibi che non siano passati per le mani infide degli speculatori» (p. 85).

Se da un lato l’industria ha provocato una perdita della genuinità del cibo, dall’altro lato, dagli anni ’60, si è assistito a un graduale livellamento tra le classi sociali che, per la prima volta nella storia, hanno avuto accesso a un’uguale quantità di alimenti. Questo storico cambiamento è stato interpretato da molti studiosi come il raggiungimento del paese di Cuccagna o di tutti quei luoghi mitici che l’immaginario collettivo ha da sempre costruito per esorcizzare la fame. Vero e proprio paese dell’abbondanza sono diventati i nuovi luoghi di vendita quali i supermercati, che dal 1957 sono stati aperti anche sul suolo italiano. I nuovi grandi magazzini sono stati descritti con toni di pungente critica da Luciano Bianciardi ne La vita agra (1962), che li dipinge come luoghi sommersi da prodotti in cui le persone sono ipnotizzate dalla musica: «dal soffitto cola una musica calcolata per l’effetto ipnotico, appesi al muro ci sono specchi tondi ad angolazione variabile e uno specialista, chiuso chissà dove, controlla che la gente si muova, compri e non rubi».

Anche Calvino in Marcovaldo al supermarket descrive il supermercato come un mondo ipnotico in cui chi entra non può trattenersi dall’impulso dell’acquisto, come alcune «donne che, entrate per comprare solo due carote e un sedano, non sapevano resistere di fronte a una piramide di barattoli e tum! Tum! Tum! Con un gesto distratto e rassegnato lasciavano cadere lattine di pomodori pelati, pesche sciroppate, alici sott’olio a tambureggiare nel carrello». Così si comporta la famiglia di Marcovaldo che, giunta al supermercato solo per guardare le altre persone fare acquisti, è afferrata da una frenesia di acquisto: «insomma, se il tuo carrello è vuoto e gli altri pieni, si può reggere fino a un certo punto: poi ti prende un’invidia, un crepacuore, e non resisti più».

Tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso si è assistito a un’apertura massiccia di ipermercati sul territorio nazionale, che ha emarginato i negozi tradizionali e indipendenti e ha provocato la scomparsa quasi totale della figura del bottegaio, il mediatore tra il cliente e i prodotti. Senza una guida, ormai il consumatore è spinto a girovagare tra gli scaffali su cui sono esposte le merci e ha come unico punto di riferimento il suo istinto: da questa nuova logica d’acquisto deriverebbe quell’impulsivo desiderio di possedere prodotti non necessari, che sta alla base della nuova società dei consumi. Ne spiega bene la logica Stefano Benni in Autogrill horror, presente ne Il bar sotto il mare (1987): il Grill non si distanzia molto da un supermercato, ripieno di prodotti che si offrono sugli scaffali, «bibite panini orsacchiotti cioccolatini mitre per bambini torte tipiche dei chilometri limitrofi prosciutti ibernati giornali tettuti videocassette cassette pannoloni caramelle molli caramelle dure pandori panpepati pandolci panasonic e un provolone mostruoso, bianco», un paese di Cuccagna, «un labirinto di benessere», ma in cui la famiglia entra «senza paura poiché possiedono il filo, il magico filo del danaro». In questo passo emerge la tendenza propria di alcuni scrittori contemporanei che, per descrivere l’enorme quantità di prodotti esposti nei supermercati, utilizzano la tecnica dell’elenco dal ritmo serrato, che contribuisce a dipingere, con un effetto claustrofobico, la nuova società sommersa dai beni di consumo.

Perché un cibo attiri l’attenzione di un consumatore nell’immensità degli ipermercati, hanno conquistato un ruolo sempre più importante la pubblicità e il packaging. Gli imballaggi sono la maggior testimonianza di un’alimentazione ormai svincolata dal ritmo stagionale, grazie ai sofisticati sistemi di conservazione, e di cibi che non sono più prodotti naturali, ma solo prodotti industriali. Il packaging ha assunto un ruolo tale che, in molti casi, il contenitore ha trasformato un determinato prodotto in un simbolo, come è accaduto, per esempio, per la Coca-Cola. Il vero protagonista degli scaffali dei supermercati, dunque, non è più il cibo in sé, ma la sua confezione. Il packaging ha declassato in secondo piano la sua primaria funzione protettiva per diventare un efficace mezzo di comunicazione: è grazie all’imballaggio, infatti, che un alimento arriva allo sguardo di un consumatore. Anche nelle opere di autori contemporanei i cibi non compaiono più come frutti naturali, ma come prodotti identificabili con un marchio. Così, nella rilettura in chiave moderna e ironica della favola di Cenerentola scritta da Stefano Benni, la formula magica con cui la “fata madrina” (una voce alla radio) aiuta il cameriere Cenerentuolo non è altro che uno spot pubblicitario: «Dica tre volte: Tutto va meglio con Coca-Cola, chiuda gli occhi e conti fino a dieci» (Bar sport, 1976).

La larga diffusione del nuovo cibo artificiale ha fatto nascere in Italia una profonda nostalgia verso il passato, insieme al sospetto verso i prodotti di origine industriale, ritenuti dannosi per la salute umana. Questi pensieri sono stati spesso sostenuti anche da alcune idee cattoliche e comuniste, sfavorevoli al diffondersi delle nuove logiche del consumismo. Ha interpretato la nostalgia di una vita ideale, modellata su quella dei padri prima del boom economico, dipendente dai processi della natura, Andrea De Carlo in Due di due col suo protagonista Mario, un ragazzo intriso di ideali comunisti, che si trasferisce dall’inquinata Milano nella campagna presso Gubbio, per dar vita a un’abitazione autosufficiente, con la produzione di energia rinnovabile e la coltivazione in proprio degli alimenti. La fuga di Mario rappresenta il rifiuto di un mondo nuovo, costruito sull’artificio, e la ricerca di un proprio rifugio, in una dimensione ancora a stretto contatto con la natura e con la realtà.

Si deve leggere in questa chiave anche un altro fenomeno che ha interessato la modernità: l’ossessione della propria forma fisica e la paura del grasso. La nuova libertà d’acquisto concessa ai consumatori ha fatto nascere la necessità di conoscere quali alimenti siano salutari e quali no, il che ha provocato la nascita di nuove e il proliferare di varie diete, soprattutto nell’ultimo decennio. Paradossalmente, dunque, una volta che è stato finalmente raggiunto il paese di Cuccagna, dopo secoli di privazioni e miseria, si mangia meno e si ripudia il grasso. Se nel passato, infatti, essere magri era sintomo di malnutrizione e rivelava la natura di povero e di malato, mentre il grasso era associato all’immagine di buona salute e di ricchezza, in quanto dimostrava la possibilità di avere abbondanza di alimenti, negli ultimi decenni del Novecento la magrezza ha assunto un valore etico-morale, che ha provocato l’identificazione tra bellezza, salute e forma fisica, al punto che oggi l’industria della dieta è tra i primi posti per fatturato. Stefano Benni schernisce l’ossessione per i nuovi trattamenti di bellezza, che spesso fanno uso di prodotti naturali e di alimenti, con la figura di «Wilma Valzer, l’oca d’Italia», nipote del proprietario di un’osteria, da cui si reca una volta l’anno «per mangiare i “tortelloni giganti alla Wilma”, una ricetta speciale con ricotta e siliconi» (Bar Sport 2000, 1997).

La rivoluzione dei consumi è stata accompagnata da una profonda modifica delle abitudini alimentari degli italiani. Il cibo diventato merce ha ormai un ruolo non secondario nella costruzione e affermazione dell’identità di ognuno: il possesso di alcune merci-simbolo, cioè, può determinare la propria posizione nella nuova società del benessere. A questo, va aggiunta la tendenza a un’alimentazione sempre più solitaria, che ha causato la perdita della dimensione famigliare, riunita intorno alla tavola, la diminuzione del tempo dedicato alla cucina e un significativo cambiamento legato alla percezione del proprio corpo. Ma ciò che è maggiormente cambiata è la concezione propria del cibo: da mezzo necessario alla sopravvivenza, è diventato un bene voluttuario, talvolta inutile, che spesso deve solo soddisfare un desiderio momentaneo.

Chiocchetti Elisa
Laureata in Filologia moderna presso l'Università Cattolica di Milano.